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127 ORE di Danny Boyle (2010)


Regia: Danny Boyle
Cast: James Franco, Kate Mara, Amber Tamblyn, Clemence Poesy, Lizzy Caplam, Treat Williams
Durata: 90′
Soggetto: Aron Alston
Sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Musiche: A.R. Rahman
Montaggio: Jon Harris

La vera storia dello scalatore Aron Alston è l’occasione giusta per il regista britannico Danny Boyle per dare sfogo al suo modo di interpretare il cinema, mischiando, come è abituato a fare, avventura e adrenalina, sogno e utopia. Lo fa come al solito con colori sgargianti e immagini elettrizzanti, accompagnato ancora una volta dal fotografo premio Oscar per The Millionaire, Anthony Dod Mantle. Questa volta vuole mettersi alla prova ancora di più, raccontando per immagini una storia avventurosa, ma con un protagonista e una sola location. Per realizzarlo usa ingegno e fantasia, trova modi per evadere da quelle montagne rocciose dello Utah, spazziando attraverso ricordi e fantasie dello sfortunato protagonista, intrappolato in una crepa a causa di un enorme masso franatogli sul braccio destro. Con lo sceneggiatore Simon Beaufoy (anch’esso presente in The Millionaire) porta il sole anche dove i raggi arrivano solo per pochi minuti al giornio, illumina le giornate asfissianti che si cerca di riempire per evadere da una monotonia silenziosa e abissale. Questa volta riesce anche a limare i virtuosismi, spesso intrisi molto di retorica, che hanno peggiorato alcune volte le sue opere. Il merito è da dividere sicuramente con l’attore James Franco, tanto irriconoscibile quanto impeccabile in una interpretazione al limite della difficoltà. Le sue espressioni e i suoi sguardi, ci regalano, nonostante l’immobilità di quasi tutto il corpo, le diverse sfaccettature dell’esuberante e alternativo Aron. E il vederlo per quasi tutto il film in primo piano o mediato dallo schermo della sua telecamera digitale, non toglie nulla a quello che dovremmo sapere e vorremmo conoscere. Un esercizio di stile, colmo però di autentico cinema di evasione. Pochi i difetti, da una storia così, quasi il massimo che si poteva fare.

Voto: 7,5

I QUATTROCENTO COLPI di Francois Truffaut (1959)

Titolo originale: Les quatre cents coups
Regia: Francois Truffaut
Cast: Jean-Pierre Leaud, Albert Remy, Claire Maurier, Patrick Auffay, Georges Flamant
Durata: 99′
Soggetto: Francois Truffaut
Sceneggiatura: Francois Truffaut, Marcel Moussy
Fotografia: Henry Decae
Musiche: Jean Constantin
Montaggio: Marie-Josephe Yoyotte

L’esordio cinematografico del critico francese Francois Truffaut è qualcosa di inspiegabile in tutti i sensi. Sicuramente a partire dal titolo, modo di dire francese, incomprensibile nella traduzione letterale italiana (l’equivalente sarebbe stato “fare il diavolo a quattro”). Poi, per essere riuscito a girare un film di così rara eleganza in meno di due mesi, dal 10 novembre 1958 al 3 gennaio 1959. Proiettato a Cannes, riscosse un successo clamoroso e fece vincere al film il premio per la miglior regia. Proprio pochi giorni prima della proclamazione della V Repubblica francese (8 gennaio) Truffaut ci presenta la storia di Antoine Doinel, ragazzo di città di 12 anni, che si trova ad affrontare le prime difficoltà della vita, tra le delusioni scolastiche e la mancanza di rapporti famigliari, in un clima di estraneità dai meccanismi urbani di una metropoli che si appresta a lanciarsi nel futuro e di incomunicabilità con una madre che figli non ne ha mai voluti, insieme a un patrigno forse più attento ma meno comprensibile. La trasposizione cinematografica dell’infanzia del regista ( che lo stesso definisce “una specie di cronaca dei tredici anni” )è un insieme di racconti, avventure e situazioni che lo stesso autore dice di aver vissuto in prima persona o di aver sentito raccontare dai suoi amici. Il passaggio generazionale e l’inconciliabilità tra le nuove generazioni e le vecchie, anche solo di qualche decina di anni di differenza, vengono accentuate da una città come Parigi dove si entra nei Cinema, ci si diverte nei Luna Park, si cominciano a sentire le mode più strampalate e le tendenze più pericolose. L’amicizia di Antoine con il suo coetaneo Renè sarà il passaggio finale del ragazzino, quello nel quale la burbera e umiliante scuola potrà essere lasciata alle spalle, così come la famiglia, che si cura più di automobili e di passatempi che dei problemi del suo unico figlio, potrà tranquillamente essere abbandonata. L’esito scontato per l’irrequietezza e la scarsa rendita di quel tempo era il riformatorio e sì anche il personaggio foscoliano di Truffaut finisce abbandonato in una scuola di rieducazione per minorenni.
La storia di Antoine commuove, intenerisce, colpisce per il suo stile elegante, ma asciutto, racconta le inquietudini e i sogni di un intera generazione. La storia sembra spaccare i tempi, inserirsi nella società, l’arrivo del benessere economico non soddisfa l’atteso. Certamente uno dei migliori film sull’adolescenza con sequenze memorabili, dall’intervista del ragazzo con la psicologa, alla corsa finale verso la libertà. Il neo-regista francese riesce a raccontare un mondo, rendere esplicite tutte le sfaccettature, coprire le lacune sia delle istituzioni che della società, il cinema riesce a colmare silenzi della storia, del passaggio fondamentale di un epoca. Struggenti le musiche

Voto: 8.5

TRAILER

CURIOSITA’
-il personaggio di René Bigey, l’amico intimo del giovane Doinel, è la rappresentazione cinematografica di Robert Lachenay, il miglior amico di Truffaut, conosciuto sui banchi di scuola e con cui il regista ha condiviso la passione per il cinema
-Il film è dedicato alla memoria di André Bazin, morto proprio la sera del giorno in cui iniziarono le riprese.
-In una scena Antoine e René uscendo dal cinema passano davanti a dei poster e rubano la foto di una donna: si tratta di Harriet Andersson in Monica e il desiderio di Ingmar Bergman.
-François Truffaut e Philippe de Broca appaiono in un cameo: sono due uomini nella giostra insieme ad Antoine al luna park.

ANATOMIA DI UN OMICIDIO di Otto Preminger (1959)

Titolo originale: Anatomy of a Murder
Regia: Otto Preminger (in foto)
Cast: James Stewart, Lee Remick, Ben Gazzara, Eve Arden, George C. Scott, Arthur O’Connell
Durata: 160′
Soggetto: Robert Traver (John D. Voelker, in foto)
Sceneggiatura: Wendell Mayes
Fotografia: Sem Leavitt
Musiche: Duke Ellington

A due anni di distanza dall’esordio fulminante di Sidney Lumet con “La parola ai giurati”, Otto Preminger sconcerta la società di allora con un opera quasi interamente girata all’interno di un aula di tribunale. Lo fa quasi divertendosi, cercando grossomodo di emulare l’avvocato difensore Biegler nel tentativo di confondere la giura, tanto turbata dall’utilizzo di indumenti intimi femminili quanto poco dall’omicidio di una persona. E così il film ebbe diversi problemi con la censura (fu vietato a Chicago, per avere un idea), unicamente per il tema di uno stupro che da secondario diventa essenziale, e per le prove presentate davanti alla giuria, me metaforicamente presentate davanti all’America intera, di un paio di mutandine e di un test di spermatogenesi. Il soggetto è tratto dall’omonimo libro di Robert Traver, pseudonimo del vero giudice John D. Voelker, poi adattato per lo schermo da Wendell Mayers. Il vero processo intentato dal film però non riguarda l’omicidio di una persona, ma il sistema giudiziario americano, nel quale trovano posto l’intensità della retorica, le analisi attinenti o no di psichiatri e i precedenti di originali sentenze. Intrigante per tutta la sua lunga durata, l’opera fu presentata al Festival di Venezia dove James Stewart vinse la Coppa Volpi per il miglior attore. Dotato di un cast veramente all’altezza, il film ci lascia dei dubbi su quale sia la giusta sentenza, su quanto possano contare i moventi e le scusanti davanti all’uccisione di una persona. Nella scomposizione dunque di un reato che poteva essere uno qualunque, così come poteva essere una qualsiasi persona l’imputato, si aggiungo riflessioni sull’inconciliabilità dei diversi punti di vista, sull’inconscio, sul tema della bellezza ostentata come aggravante. Il film di Preminger riveste dunque un ruolo fondamentale all’interno della cinematografia mondiale, soprattutto per la messa in scena dei fatti, ma rimane un classico tramontato, che ha saputo dire molto e fatto parlare altrettanto, ma che oggi dialoga quasi esclusivamente agli addetti ai lavori. Candidato a sette premi oscar (tra i quali miglior film, sceneggiatura, attore protagonista, montaggio e fotografia), merita di essere visto anche per gli originali titoli di testa di Saul Bass.

Voto: 7,5

CURIOSITA’
-Duke Ellington, che scrisse le musiche jazz per il film, compare in una scena del film mentre duetta al piano con James Stewart
-Joseph N. Welch, che interpreta il giudice nel film, è un vero avvocato, molto famoso
-il ruolo di Lee Remick fu inizialmente offerto a Lena Turner, la quale però voleva indossare solo vestiti disegnati dal suo stilista Jean Louis, ciò non piacque a Preminger
-Il padre di James Stewart fu talmente offeso dal film da considerarlo “a dirty picture” e da scrivere un articolo su un giornale locale in cui invitava i lettori a non andarlo a guardare

TRAILER ORIGINALE

NON LASCIARMI di Mark Romanek

Lo sceneggiatore Alex Garland, stretto collaboratore di Danny Boyle (autore del libro “The Beach” e della sceneggiatura di “Sunshine”), questa volta traduce per il regista di spot pubblicitari Romanek, al suo terzo lungometraggio dopo il non brillante “One Hour Photo”, il romanzo fantascientifico dello scrittore nippo-brittannico Kazuo Ishiguro. Il romanzo, inserito dal Time nei 100 migliori romanzi di lingua inglese pubblicati tra il 1923 e il 2005, racconta la storia, in un presente alternativo, di tre alunni del collegio di Hailsharm, una scuola speciale per alunni speciali, completamente isolata dal mondo. Kathy, Tommy e Ruth vivranno insieme tutta la vita, consci di non essere persone normali, ma di condurre la loro esistenza solo per un determinato scopo. Le vie che si potevano percorrere erano molte (rimanendo anche fedeli al libro) e la trasposizione di una storia del genere era rischiosa fin dall’inizio. Romanek la affronta con pochi dialoghi, con molti primi piani, lascia spesso parlare gli sguardi, non edulcora ulteriormente la “realtà”, la aspetta, la cerca, la coglie. Non ha costruito un film ad effetto, ha provato a lanciare appelli qua e là riguardo alla dignità delle persone, alla mancanza di sentimenti, un appello, dunque, disperato a favore della vita, a qualsiasi vita. La mancanza di una vita normale, di un destino che è già stato scelto, mette in evidenza cose che forse appiano normali: l’interrogarsi sul vantaggio di avere un letto proprio mette in difficoltà Katie nel dialogo con l’infermiera, le pulsioni sessuali turbano tutti i ragazzi, la mancanza di genitori spinge i ragazzi in un attaccamento quasi morboso con le “madame” del college, il dubbio sull’origine li mette in risonanza con la persona da cui sono stati creati. La scenografia del premio oscar Mark Digby e la fotografia di Adam Killer non ci permettono di mostrarci un barlume di speranza, il sole non lo vediamo quasi mai, la natura più che circondare soffoca, fa da confine, limita le possibilità già troppo limitate dei nostri protagonisti. Tutti dovranno completare il loro ciclo, non c’è alternativa, forse qualche illusione, ma niente più. Il pregio maggiore di questa opera sono sicuramente i tre attori principali: una grandiosa Carey Mulligan, uno strepitoso Andrew Garfiled e una alternativa Keira Knightley. Le tonalità acquarello di tutte le scene fanno da sfondo a musiche angoscianti, sottolineando ancora di più l’estraneità di queste persone al mondo normale, la loro solitudine, la loro incomprensione. Pochi momenti si innalzano su altri, tutto è piatto, monotono, quasi terribilmente normale. Le illusioni, le speranze, le fughe musicali sembrano pian piano appiattirsi anche loro in una fredda rassegnazione così come l’uomo, ormai, ha deciso che il progresso medico e il benessere possano prevalere su qualsiasi cosa, un passo avanti seguito però da due indietro.

Voto: 7+

PIRATI DEI CARAIBI – OLTRE I CONFINI DEL MARE

E’ il viaggio che conta, non la destinazione. Partendo da questa simpatica battuta del capitano Jack Sparrow si riassume perfettamente il quarto capitolo della saga dei pirati miliardari, targati Disney/Bruckheimer. La frase è appropriata sia per la fase di produzione, travagliata e lunga, sia per la storia che si è deciso di narrare. Il baraccone continua ad andare avanti, non sazio dell’iniziale trilogia e senza tanti scrupoli nell’aver perso per strada qualche attore di grande calibro, all’appello, infatti, mancano Orlando Bloom e Keira Knightley, per non parlare poi del cambio di persona dietro alla telecamera. Rob Marshall, reduce dall’indefinito “Nine”, sostituisce Verbinski, alle prese con il cartone “Rango”. Tutti i fili dei burattini, fino ad ora, erano stati tirati in un certo modo e il pubblico aveva apprezzato molto, ora, bisognava cercare di lasciare tutto invariato, nascondendo la faccia del nuovo mangiafuoco, oppure, si poteva tranquillamente variare e magari dare un tocco diverso all’intera saga? Dopo la visione del film, l’opzione più probabile è la seconda, infatti Marshall non si discosta per nulla dagli altri tre film, anche se nello sviluppo e nell’intreccio sembra quasi fare finta che non siano mai esistiti. Sì, forse la novità maggiore è il 3d, ma esso è senza infamia e senza lode. Ritornando alla frase di Sparrow il quarto capitolo è una corsa senza sosta verso la fonte della giovinezza, un tutti contro tutti che permette l’approfondimento dei tanti personaggi che si contendono quel misterioso oggetto che molti conoscono e nessuno ha mai visto. E’ in questo modo che emergono il doppiogiochismo di Angelica, la ferocia del Barbarnera, la pomposità di Re Giorgio II, la maschera di Barbarossa. E dunque il film è questa enorme competizione per arrivare primi, ognuno cerca di farla a suo modo, ognuno con i mezzi che possiede, tutti senza farsi troppi problemi riguardo gli ostacoli da evitare. Si ride molto e di gusto, ci sono scene serie girate in modo eccellente (le sirene), c’è avventura in giusta dose. Tutto, dunque, sembra incastrarsi perfettamente per far girare quelle ruote del carrozzone che fino a questo momento è andato spedito e che,immaginiamo, continuerà ad andare così fino a quando esaurirà fantasia, simpatia, equilibrio. Intrattenimento puro.

Voto: 7

SOURCE CODE di Duncan Jones

Il regista pubblicitario britannico Jones, dopo essersi fatto conoscere con l’opera prima Moon, calorosamente accolta al Sundace Festival, rimane sul genere fantascientifico e sforna un claustrofobico trhiller con soggetto Jake Gyllenhaal. A metà strada tra “L’esercito delle 12 scimmie” e lo sfortunato telefilm “Flashforward”, Jones propone per un’ora e mezza un cervellotico e snervante tentativo di trovare l’autore di una bomba che non ha lasciato superstiti sul treno diretto per Chicago. I mezzi a disposizione del governo però non sono quelli convenzionali, a partire proprio dal fatto che la vicenda della bomba è già avvenuta e che l’unico modo per ricostruire la vicenda è tornare indietro, anche solo con la mente. Lo spunto iniziale è moderatamente interessante, sicuramente non completamente originale, ma in grado di essere il nucleo centrale di un’opera. L’espediente di un racconto a pezzi, di una missione da portare a termine conoscendo poco l’obiettivo e soprattutto niente sul perchè, è un buon modo per coinvolgere lo spettattore. Lo svolgersi del film non è scontato e prevedere la fine del film è tanto difficile quanto la missione data al militare Colter Stevens, pilota in missione in Afghanistan, interpretato egregiamente da Gyllenhaal. Quello che funziona meno insieme con la fotografia, opaca e livida, dell’ormai esperto Don Burgess, è l’impianto complessivo del film, ricamato sicuramente sull’attore principale, che penalizza l’aspetto registico dell’opera per creare invece una routine priva di particolarisimi e virtuosismi, incentrata molto sulla storia e poco sulla resa di essa. Ci fa ricordare molto di più le atmosfere dei telefilm che quelli di thriller recenti e non ci stupiremmo se magari fosse solo l’episodio pilota di una nuova serie televisima. Il problema è che non è affatto così. Manca l’arte cinematografica, manca lo spirito della settima arte, manca qualcosa in più per farlo alzare da un galleggiamento perpetuo insieme ad altri film che si guardono, ma non si apprezzano.

Voto: 6

L’ALTRA VERITA’ di Ken Loach

Loach continua a denunciare e questa volta lo fa contro i “contractors”, quei soldati mossi principalmente dai soldi (come si vede bene anche nel film) che in territori bellici proteggono i loro clienti, a discapito di regole e di sensi etici. La denuncia passa attraverso la storia di Fergus e Frankie, amici dall’infanzia, inseparabili compagni di viaggio e inscindibili uomini adulti, tanto da arrivare a condividire la stessa donna. Fergus, militare per le Sas, forze armate britanniche, riesca a convincere Frankie a seguirlo in Iraq per unirsi a lui come guardaspalle di privati cittadini. Nel settembre 2007 però Frankie viene trovato morto sulla Route Irish (titolo originale del film), “la strada più pericola al mondo”. Un agguato, un incidente che poteva succedere, un rischio che faceva parte del mestiere, posto sbagliato al momento sbagliato. Tutto assurdo per Frankie che non riesce a credere alla versione ufficiale dei fatti e che comincia così, in un vorticoso viaggio verso la verità, insito di pericoli e di zone buie, a cercare prove sulla morte del nemico. Loach si unisce al coro di denunce più che sulla guerra in se stesso ai metodi utilizzati e alle persone che vi sono coinvolte. I temi li avevamo visti più o meno analoghi già in De palma o in Haggis, quets volta vengono edulcorati con lo stile britannico classico di Loach e con la novità, sicuramente punto di forza del film, di ambientare tutta l’opera a Liverpool e di rimandare i fatti in Iraq con flashback e attraverso video-messaggi. La sceneggiatura non è tutta perfetta, tanti passaggi e tante scelte sono discutibili, a partire da un finale sì significativo ma forse troppo retorico ed esagerato rispetto al clima dell’intera opera. Nonostante questo rimane una buon film, diretto egregiamente, con buoni attori (modesti doppiatori), ma difficilmente supererà la scrematura naturale dei film da tenere in mente, non certo aiutato dal titolo italiano e dalla pubblicità. Si può guardare e si rimarrà anche abbastanza soddisfatti.

Voto: 6,5

SUCKER PUNCH di Zack Snyder

A me 300 e Watchemen erano piaciuti. Il primo, forse a causa della sua carica emotiva, mi aveva distolto dal notare alcuni difetti strutturali, ma il secondo invece era un bel passo in avanti, non privo di lacune basilari, ma comunque molto più vicino all’idea pura di cinema. Quest’ultimo invece è l’anticinema, una clip musicale che dura un’ ora e quaranta, nella quale, giunto alla fine, non vorresti più vedere ne ascoltare quella canzone, a costo di spegnere la radio o di cambiare frequenza. Il film è privo completamente di ritmo, non di azione, stiamo bene attenti. Ci sono accellerazioni e pause, ma tutte troppo prevedibili, tutte in attesa di un balletto che scatena visioni fantascientifiche, belle dal punto di vista estetico, ma scordinate e innaturali dal punto di vista cinematografico. Manca di una struttura, di una sceneggiatura in grado di sorreggiere le visioni fantastiche di Snyder, cosa che in 300 era facilitata dalla vicenda storica e in Watchemen dal fumetto originale. Sembrano immagini proiettate per abbagliare, quasi per disturbare, ma manca di originalità, di movimenti della telecamera (come ci aveva abitutato in Watchmen), di cose insomma mai viste. Si nota il desiderio di creare dal nulla, di mettere per immagini sogni e fantasie, ma se lo si fa in una sala cinemaotgrafica bisogna rispettare le regole di quel mondo e qui trama, sceneggiatura, ritmo, tensione, drammaticità e originalità mancano. Non inventa un genere, distrugge gli altri. Dunque Snyder, aiutato dal suo gruppo corale di super ragazze, riesce a far trascorrere diversi minuti di entusiasmo, ma poi lobomotizza tutti e così, quando usciamo, non ci ricordiamo, o meglio, non ci vorremmo ricordare, più niente. Alcuni dicono di provare ad andare al cinema anche senza sapere chi è il regista dell’opera, ogni tanto si potrebbe provare, ma qui Snyder ci ha fregato tutti, che lo avesse già fatto prima?

Voto: 4

THE TOURIST di Florian Henckel von Donnersmarck

Definirlo un “cinepanettone” come ha fatto Marianna Cappi su Mymovies è offensivo e fuori luogo. Certo, piego il capo al diritto di critica, faccio pubblica ammenda sperando di non essere radiato dall’ordine, incrocio le dita. Penso che però accanto al diritto (di critica logicamente) ci sia anche il dovere, se non morale almeno intellettuale, di non liquidare un film del genere con due battute ad effetto, con quell’aria snob che tra le righe si è appiccicata ad Angelina Jolie, addirittura definita di “cera” in questo film. Azzerati tutti i pre-giudizi e le critiche si può tornare a riprendere con sana ratio l’analisi dell’opera. E’ vero, Von Donnersmarck sbaglia, se non la regia, almeno la sceneggiatura (firmata insieme a Julian Fellowes e Christopher McQuarrie): la scansione del tempo e l’evoluzione del racconto non sono omogenei, a tratti la storia si dilata a tratti ha un irrefrenabile fretta, cerca di stabilizzarsi, ma diverse volte perde la dimensione temporale. Un errore grossolano, “da principiante” mi suggerirebbe una malalingua, ma, come ormai da tempo la storia ha dimostrato, esiste anche la dimensione spaziale, il giustapporre personaggi di contorno, l’entrata e uscita in scena di un protagonista che a volte (non in questo caso) è troppo ingombrante o troppo ripetitivo e in questo Von Donnersmarck riesce bene a ricreare l’atmosfera di film del passato, come, sempre richiamandoci (questa volta concordemente) alla Cappi, Sciarada. Se fosse stato un film girato almeno una trentina di anni fa, sarebbe stato un successo, anche di critica, ne sono certo. Possiede la storia d’amore tra due dolci e interessantissimi personaggi, ricrea situazioni simpatiche sdrammatizzandone gli effeti reali, vive semplicemente del fascino di una città europea (in questo caso Venezia), riempie la scena di personaggi di contorno, quasi a spot, simpatici e alternativi. Se trenta anni fa, forse già troppo tardi, un film così sarebbe piaciuto sarebbe stato sicuramente merito della sua semplcità (a dir il vero scadente a tratti forse nel banale), della sua voglia e forse anche scopo di intrattenere, perchè è principalmente questo ciò che fa, ed è capace di fare. Le scene di inseguimento non sempre sono ben costruite, mah, forse è vero. Le vicende sono poco credibili, potrebbero essere. Ma il resto è buono, l’intenzione, dai, almeno quella c’era. Insomma Johnny Depp fa la sua ottima figura in un personaggio forse che si distacca dalle apparizioni stravaganti degli ultimi anni e la Jolie, parallelamente, viene sfruttata al massimo con la sua sensualità e il suo lato intrigante. Infine gli attori italiani non sfigurano più di tanto, anzi ci stanno anche abbastanza bene, come del resto il film, per passare una serata carina, ci sta alla grande.

Voto: 6+

ANIMAL KINGDOM di David Michod

Agghiacciante. L’opera prima del regista australiano David Michod è ormai stracolma di aggettivi positivi e di sdolcinate lodi. Come non essere concordi con tutti i giudizi esaltanti che la critica mondiale ha espresso sull’opera. Raggelante. Una diapositiva in movimento dei sobborghi di Melbourne, un vero e proprio regno animale(“Animal kingdom”) dove si mescolano crimini e corruzione, dove però trova posto anche la famiglia e il rispetto, sempre che non vogliamo vedere solo il lato negativo. Sì perchè il film spiazza soprattutto per la sua neutralità, ti costringe a non prendere posizione, a non avvicinarsi troppo a quel mondo , a non diventare complice di un meccanismo infernale. Tutto ruota attorno alla famiglia di Andrew, o meglio alla sua nuova famiglia composta dalla nonna e dagli zii dopo la morte per overdose della madre. Più che a una famiglia, a dire il vero, assomiglia maggiormente ad una piramide animale, dove i più grandi mangiano i più piccoli, ma l’ordine si può ribaltare, la legge del più forte a volte fa cilecca. E nonostante il protagonista, il giovane Ben Mendelsohn, ci metta subito in guardia, a inizio film, che i cattivi prima o poi fanno una brutta fine, nulla nella storia è scontanto e anche gli spettatori devono presto abituarsi a quegli istinti animali, tanto imprevedibili quanto estremamente violenti. E’ la nonna materna, una straordinaria e terrorizzante Jacki Weaver, a reggere tutta la famiglia, a costruire quell’ecosistema morboso e criminale che ha fatto accostare il film ad un moderno “Padrino”. E’ un ciclo vizioso da cui nessuno può uscire incolume, un viaggio nell’inferno criminale di Melbourne, fatto di droga e di rapine, dove la violenza e le sparatorie sono solo il grido più forte di una ordinarietà brutale. Difficile resistere al fascino di questo film. Alla poetica degli sguardi, alla pateticità dei discorsi, alla tranquillità disarmante di rapporti famigliari che sono giocati sull’omertà e sul rispetto. Sì, è una sorta di Pardino australiano, una sorta di mafia moderna giocata però sempre sulla famiglia, dove tutto cambia quando subentra un esterno (il nipote Andrew, protagonista assoluto del film) che deve decidere se stare dalla parte della famiglia o dalla parte della polizia. Il bene e il male diventano concetti superati. Il regista, autore anche della sceneggiatura, compie miracoli. Raramente ci si esalta più per i rapporti tra consaguinei che per le scene di sparatorie, poche volte si è trasportato al cinema una storia così violenta con modi così delicati e poetici quanto anormali e nevrotici. Le musiche (ottime anch’esse) non fanno altro che disorientare ancora di più lo spettatore, esente da qualsiasi faziosità, semplie e solo osservatore di qualcosa superiore a lui per qualità ma soprattutto per squilibratezza. Le vicende sembrano irreali, ma il regista, reporter specializzato nella criminalità proprio di Melbourne, non ci chiede di capire, ci chiede solamente di guardare e di rimanere affiascinati, d’altronte la guerra è bella anche se fa male.

Voto: 8

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